La nostra sede è la villa del Gran Magistero di Malta sull'Aventino.

Visita guidata:
- Profilo storico della sede
- Intervento piranesiano
- La piazza
- Villa e giardino
- La chiesa
PROFILO STORICO
Se v'è a Roma un angolo di pura grazia settecentesca, di un Settecento che va presagendo i freddi rigori neoclassici, esso è certamente la villa del Gran Magistero di Malta sull'Aventino. La piazza antistante, con quei trofei religiosi e marinari sulle muraglie che le cingono i due lati e il solenne portale; l'incanto del parco che poi precipita scosceso sul pigro corso del Tevere; la candida chiesa tutta fiorita di delicatissimi stucchi; il palazzetto con la caratteristica torricella rotonda danno vita a un complesso di suggestiva bellezza, uscito dal genio di un incisore famoso, fattosi una sola volta - e con quali altissimi risultati! - architetto: Giovan Battista Piranesi.
Ma il visitatore che giunto sulla piazza, si affretta - secondo la tradizione - a porre l'occhio curioso al forame praticato nella porta d'ingresso, per scorgervi, al termine di una galleria di verzura, la cupola vaticana quasi librata nell'azzurro del cielo, può essere indotto a credere - tale è l'unità compositiva del monumento - che esso sia unitamente nato dal genio piranesiano, in una zona allora disabitata e priva di tradizioni storiche.
Nulla di meno esatto, perché il sommo Aventino fu densamente abitato in età romana, e resti di edifici, nonché il lastricato di una strada, rinvenne il Piranesi stesso, praticando degli scavi per irrobustire le fondamenta di Santa Maria del Priorato. Nei pressi della villa sorse il tempio di Giove Dolicheno, di cui tornarono alla luce larghe vestigia nel 1935 fra le chiese di S. Alessio e di S. Sabina, né molto lungi dovevano scendere verso il Tevere le scalae Cassi, tutt'ora visibili e parzialmente praticabili nel secolo VIII, come attestato dall'Anonimo di Einsiedeln. Più in basso, appoggiate alla rupe scoscesa che incombe sul fiume, sono delle grandiose arcuazioni di epoca severiana: resti di magazzini del vicino porto fluviale, identificabili probabilmente con gli horrea Aniciana elencati dai Cataloghi Regionari.
Il funesto sacco di Alarico, nell'agosto del 410, pose a ferro e a fuoco il colle, che altri danni gravissimi subì ai tempi della guerra gotica (secolo VI), onde esso rimase per lungo volgere di secoli pressoché disabitato. A richiamarlo una fioritura di chiese e di cenobi, con lo stanziarsi, così sul grande come sul piccolo Aventino, di comunità monastiche. Nella zona che particolarmente ci interessa, speciale importanza assunse il monastero fondato, o ripristinato, presso la vetustissima basilica dei Ss. Bonifacio e Alessio, da Sergio metropolita, esule a Roma dalla sua Damasco sulla fine del X sec. L'arcivescovo orientale, giunto nell'Urbe nel 977, ottenne da Benedetto VII di insediarsi a Sant'Alessio insieme con alcuni monaci basiliani che lo avevano seguito, e quivi morì e fu sepolto nel 981. La sua epigrafe funerale, tuttora esistente nel chiostro, dice che coenoviu(m) sci Benedecti condidit: la quale dizione, nonostante la sua apparente chiarezza, è stata variamente interpretata, nel senso che taluni storici pensano che il Damasceno abbia trasformato i Basiliani in Benedettini; altri, che egli abbia presieduto ad una comunità singolarmente commista di religiosi delle due regole; altri ancora sono dell'avviso che si trattasse di due famiglie distinte, allogata l'una - quella orientale - a S. Alessio, e l'altra - quella occidentale - in un edificio contiguo, eretto sull'area oggi del Gran Magistero di Malta.
Quivi, peraltro, un monastero benedettino - e precisamente della riforma cluniacense - doveva esistere già da una quarantina di anni, in quanto sappiamo dal Liber destructionis monasterii Farfensis dell'abate Ugo di Farfa (vissuto tra il 973 e il 1039) che nel 939 Alberico II, forse la maggior figura del medioevo romano, fece dono di un cenobio all'abate Oddone di Cluny, da lui preposto a tutti i monasteri del territorio romano affinché vi diffondesse la riforma cluniacense del benedettismo tralignato.
Questo cenobio, detto S. Maria de Aventino, e del tutto distinto da quello attiguo dei Ss. Bonifacio e Alessio, ebbe vita quanto mai gloriosa, tanto da essere annoverato al terzo posto fra le venti abbazie privilegiate di Roma, il cui abate assisteva il Pontefice nelle funzioni più solenni della Curia.
I Cluniacensi rimasero a S. Maria Aventina dalla donazione di Alberico fin verso la metà del XII secolo, quando vi furono sostituiti dai Cavalieri dello storico Ordine del Tempio di Gerusalemme, i Templari.
Vari documenti confermano la presenza dei Templari sull'Aventino per tutto il Duecento; e quivi essi hanno lasciato anche un ricordo monumentale, una vera da pozzo tuttora visibile nel parco, lungo il cui bordo superiore corre un'iscrizione, semiabrasa dal tempo, con la data del 1244 e il nome di un fr(ater) Petrus Ianve(n)sis Magister Domor(um) Milite Te(m)pli. Sempre al soggiorno dei Templari è legata l'esecuzione, in un chiostro oggi scomparso, di alcuni affreschi relativi ad un calendario parietale, raffiguranti, tra l'altro, la personificazione dei mesi.
Sul principio del XIV sec. il cosiddetto Catalogo torinese delle chiese di Roma, redatto verso il 1220, parlando di S. Maria Aventina, annota che essa non era officiata - non habet servitorem - e che aveva cessato di appartenere ai militi del Tempio.
Siamo infatti all'epoca del processo che Papa Clemente X, per suggestione di Filippo il Bello re di Francia, intentò contro l'Ordine del Tempio.
Tre sedute di questo procedimento giudiziario, fungendo da inquisitori Giacomo Vescovo di Sutri e Pandolfo Savelli, si svolsero sull'Aventino, dove era la residenza del Priorato romano dei Templari.
Papa Clemente ritenne provata l'insussistenza delle accuse mosse ai cavalieri dalla rossa croce potenziata, ma contingenti ragioni di opportunità politica lo indussero a sopprimere l'Ordine del Tempio, pur senza condannarlo, e con la Bolla Ad providam del 3 maggio 1312 dispose che i suoi beni fossero devoluti all'Ospedale gerosolimitano. La cupidigia di Filippo il Bello rese vani i decreti papali per quanto riguardava la Francia, mentre i re di Portogallo e di Aragona salvaguardarono i possessi dei Templari ai loro legittimi proprietari tramutandoli in altri Ordini; ma nel resto dell'Europa le disposizioni pontificie vennero puntualmente eseguite e i beni dei Templari passarono ai Giovanniti.
Sappiamo che il Gran Maestro dell'Ospedale, fra' Folco de Villaret, che allora risiedeva a Rodi, incaricò di sovraintendere a tale devoluzione Alberto III di Schwarzenburg, dandogli a coadiutore il priore gerosolimitano di Roma, fra' Filippo di Gragnano. Le operazioni di trapasso furono condotte con somma cura ed ammirevole scrupolo, secondo quanto risulta da un prezioso inventario che venne fatto redigere nel 1334 dal successore di fra' Filippo, fra' Giovanni da Rivara, e che si conserva ancora nella Biblioteca Vaticana: in esso figurano anche la chiesa aventina, il palazzo annesso e le sue pertinenze che si estendevano sino al prossimo monte Testaccio: tanto è vero che il popolo romano pagava il canone simbolico di un fiorino d'oro all'anno al priore giovannita per servirsi del monte durante i festeggiamenti carnevaleschi.
A quell'epoca, però, il Priorato romano dei Cavalieri di Rodi si trovava al Foro d'Augusto, nel convento che era appartenuto ai monaci Basiliani; né sembra che si trasferisse sull'Aventino prima della fine del secolo. Bisogna infatti giungere ai primi del Quattrocento per trovare nei documenti ufficiali la dizione Prior ecclesiae S. Mariae de Aventino, mentre nelle carte trecentesche si parla costantemente di Prior de S. Basilio de Urbe allorché si vuole designare il priore degli Ospedalieri: il quale ritardo a trasferirsi nella nuova e più ampia dimora è perfettamente comprensibile ove si pensi che l'Aventino era allora una località quasi suburbana, mentre S. Basilio si trovava in pieno centro cittadino.
Si ritiene che il trasferimento avvenisse negli ultimi anni del XIV sec., perché troviamo inumato a S. Maria in Aventino il corpo del Gran Maestro fra' Riccardo Caracciolo, deceduto in Roma nel 1395.
Nel 1563 San Pio V investiva della carica di priore "commendatario" il proprio nipote, Cardinale Michele Bonelli, sottraendo il Priorato romano ad ogni ingerenza del Gran Magistero ed il Bonelli si prese cura di restaurare la chiesa dell'Aventino, che un lungo abbandono aveva ridotto in condizioni precarie di stabilità, e di ingrandire la casa annessa.
Il XVII sec. è uno dei periodi più splendidi che il Priorato giovannita abbia mai conosciuto, grazie soprattutto alla predilezione che nutrì per esso il Cardinal fra' Benedetto Pamphilj, Gran Priore.
Sappiamo di lavori di abbellimento che egli fece eseguire, di feste che vi si celebrarono, dell'ospitalità generosa che vi ricevettero artisti, scrittori e scienziati, avendo il Cardinale fatto dell'Aventino uno dei centri più luminosi della cultura romana del secolo. E la colomba pamphilia timbra ancora la facciata di una graziosissima costruzione del parco, il così detto Caffehaus dove il porporato amava trascorrere in dotti conversari le ore che gli lasciavano libere i numerosi e gravi uffici di Curia.
Ma S. Maria in Aventino e la villa Magistrale dovevano assumere la veste mirabile in cui oggi le conosciamo a partire dal 1765, allorché un altro Priore gerosolimitano, fra' Giovanni Battista Rezzonico, nipote di Clemente XIII, commise la radicale trasformazione della chiesa, dell'attiguo palazzo e del giardino al grandissimo incisore veneziano Giovanni Battista Piranesi, per questa sola volta improvvisatosi architetto e decoratore.
Chi guardi attentamente la facciata di S. Maria in Aventino, si avvedrà come ai due lati del timpano terminale spuntino due attacchi murari di cui non appare chiara la funzione. Effettivamente oggi essi sono del tutto superflui; non così un tempo, quando su di essi si impostava un ornato fastigio, visibilissimo nelle stampe antiche. La sua scomparsa è legata ad un evento bellico del secolo scorso, l'assedio posto a Roma nel 1849 dalle truppe francesi per restaurare nella sua capitale il Papa Pio IX che era stato costretto alla fuga per l'avvenuta proclamazione della repubblica mazziniana.
Durante gli scontri qualche granata colpì anche il fastigio piranesiano che fu del tutto demolito l'anno successivo
Nel 1868 Pio IX aderì benignamente alla richiesta di adibire i sotterranei di S. Maria del Priorato a sepolcreto dei Professi dell'Ordine.
Nel 1880, avendo Leone XIII ripristinato la carica di Gran Maestro nella persona di fra' Giovanni Battista Ceschi a Santa Croce, la residenza aventina fu trasferita in proprietà dal Priorato di Roma al Gran Magistero. A sua volta, il Gran Maestro Ceschi fece omaggio al Pontefice di una parte dei terreni pertinenti alla villa perché vi sorgessero il Collegio internazionale dei benedettini federati e la chiesa di S. Anselmo.
Altezza d'arte, dunque, e suggestione di ricordi storici. Fra i bianchi stucchi piranesiani rivive, a saperla intendere, una vicenda ormai millenaria: Alberico II, i Cluniacensi, Gregorio VII, i Templari, e poi la grande epopea degli Ospedalieri, che sono qui da oltre 650 anni con un passato di glorie, intessuto di folgoranti vittorie e di eroiche sventure; di virtù militari, di senno politico e cristiana carità. Sei secoli e mezzo che la bianca croce di S. Giovanni di Gerusalemme è inalberata su questo colle romano, onusto di tante memorie.
L'INTERVENTO PIRANESIANO
Nello stesso anno, il 1761, in cui il ventunenne Giovan Battista Rezzonico era stato insignito dallo zio Clemente XIII del titolo di Gran Priore di Roma dell'Ordine di Malta, Piranesi indirizzava alla nobile famiglia veneziana, il proprio trattato Della Magnificenza ed Architettura dei Romani. Con esso l'incisore prendeva posizione nella polemica che animava i circoli culturali europei, esaltando apertamente il primato architettonico degli etruschi e dei romani, di contro alla "eccellente semplicità" greca celebrata da Winckelmann.
All'anziano Mariette, che qualche anno dopo ribadiva la dipendenza dell'arte romana da quella greca, Piranesi opponeva nel 1765 il Parere su l'Architettura nel quale, correggendo in parte le proprie posizioni, si allineava a quelle del Lodoli negando la funzionalità del tempio greco a favore della varietà ornamentale romana stimolante esiti nuovi.
Erano queste le posizioni teoriche di Piranesi quando Giovan Battista Rezzonico lo chiamò a compiere la sua prima e unica architettura realizzata, affidandogli il riassetto dello spazio impervio e degli edifici eterogenei che costituivano il Priorato sull'Aventino. I lavori ebbero inizio il 2 novembre 1764 e furono compiuti il 31 ottobre 1766, meticolosamente annotati in una Memoria quotidiana tenuta dal capomastro Giuseppe Pelosini.
Nell'intento di conferire unitarietà alle preesistenze con l'uniformità tematica della decorazione, Piranesi pervenne ad una nuova, emblematica, episodicità, utilizzando le superfici murarie come pagine in rilievo per uno dei suoi repertori archeologici inventariali.
LA PIAZZA DEI CAVALIERI DI MALTA

Come la descrive il Nolli nella ricordata pianta del 1748, la sommità dell'Aventino era occupata, per la parte affacciata sul Tevere, dai conventi di S. Sabina, S. Alessio e dal Priorato, prospicienti una strada rettilinea senza sbocco, fiancheggiata sull'altro lato da vigne e orti e con una diramazione a imbuto di fronte ai giardini di S. Alessio. Ampliando in forma di trapezio lo slargo triangolare alla confluenza delle due vie, Piranesi realizzava un prologo in guisa di piazza al preesistente ingresso alla villa magistrale, individuato dal doppio filare di alloro. Della piazza tuttavia mancava al sito il connotato principale, l'essere cioè in qualche modo generata e delimitata da edifici.
Le cronache dell'epoca narrano che durante gli scavi per porre le fondazioni del piazzale vennero alla luce i blocchi di peperino di un imponente muro e, nell'angolo del giardino "sette palmi sotto terra il lastricato della via antica", accanto ad una grande cloaca. Nella "via antica", della quale la strada settecentesca, poi via di S. Sabina, ricalcava il tracciato, gli archeologi hanno identificato il percorso terminale del romano vicus Armislustri da cui, secondo Livio e Varrone, i Salii, sacerdoti di Marte, accedevano al sacro recinto dell'Armilustrium dove il 19 ottobre di ogni anno venivano purificate le armi degli eserciti romani. Dalla decorazione di quel recinto, che non è stato ancora puntualmente localizzato, provenivano due grandi pilastri ornamentali collocati fino al 1588 in S. Sabina, dove li vide e disegnò nel proprio taccuino Francesco da Sangallo, quindi trasferiti agli Uffizi dove si trovano tuttora.
Non c'è esplicito cenno negli scritti del Piranesi dell'importante preesistenza archeologica che pure l'opinione corrente dei contemporanei situava nella zona del Priorato. Tuttavia, nel superare il problema posto dall'assenza di edifici circostanti, la piazza dei Cavalieri di Malta si connota essa stessa come recinto in sé conchiuso e autonomo alle cui pareti si appoggiano fastigi di pace e di guerra eternati nel marmo e nello stucco.
Del pannello sottostante la stele centrale e di quello alla destra tra due obelischi, che differisce solo per pochi dettagli da quello alla sinistra, rimangono i meticolosi disegni preparatori, annotati con le misure per il lavoro degli scalpellini.
Si osservi come in essi si mescolino elementi decorativi desunti dall'araldica dei Rezzonico, come la torre, dall'iconografia navale e militare dell'Ordine, dal repertorio figurativo etrusco e romano caro a Piranesi.
J. Wilton Ely ha puntualizzato come nei rilievi delle stele si evidenzi la volontà di Piranesi di sottolineare le origini etrusche della cultura italica. Compaiono all'aventino più di venti oggetti dei 114 che qualche anno dopo l'incisore riunirà nella prima tavola delle Diverse maniere (1769) come esemplari decorativi etruschi. Fra essi la lira, il cammeo, la cornucopia, il serpente, l'ala d'uccello, la siringa. Tuttavia nella stele grande sono presenti anche motivi desunti dalla colonna Traiana, riflettendo così quella relazione tra mondo etrusco e romano che Piranesi enunciava in quegli stessi anni nei suoi scritti.
Il succedersi di obelischi e stele che ritmano un lato lungo e uno breve - quest'ultimo con la lapide che commemora il committente - ha suggerito riferimenti molteplici. Korte vi ha ravvisato una suggestione dei sepolcri che fiancheggiano la via Appia; anche Pressouyre sottolinea il carattere funebre, per quanto irreale, della sequenza; Wilton Ely individua un parallelo tematico con un gruppo di lapidi iscritte commemoranti i membri della guardia pretoriana scavate alla villa de' Cinque e descritte da Piranesi all'inizio delle Antichità romane (1756). Più in generale si ritiene che l'insieme sia scaturito dalla memoria del passato italico e romano narrato dai reperti archeologici dell'aventino.
I due muri contigui che recingono la piazza sono, dell'insieme, il solo elemento ideato ex novo da Piranesi, vincolato per il resto da ubicazione e proporzioni dei fabbricati preesistenti. L'ingresso al Priorato dal viale di alloro avveniva attraverso un portone aperto nel muro.
La critica ha insistito sul ritmo cinquecentesco di gusto palladiano del portale e sulla probabile relazione del disegno preparatorio di Berlino con una modesta incisione del Serlio.
Il timpano triangolare, le quattro finestre cieche e la cadenza delle paraste sono probabilmente gli elementi della struttura originaria, forse risalenti ai lavori tardo cinquecenteschi commissionati dal Cardinal Bonelli. Il portale richiama infatti da vicino la facciata della chiesa e le ali restituiscono sul piano la scansione di pieni e vuoti delle fiancate, quali appaiono nel già ricordato disegno dell'Albertina.
LA VILLA MAGISTRALE E IL GIARDINO
Il quattrocentesco convento di S. Maria Aventina fu restaurato, dopo la sua elezione a Gran Priore nel 1568, dal Cardinal Michele Bonelli, che ampliò la modesta e cadente abitazione che compare nella già ricordata veduta di Etienne Dupérac conferendole l'aspetto odierno, tranne che per l'ultimo piano ad arcate cieche e per la torricella circolare volute dal Cardinal Benedetto Pamphilj, Gran Priore dal 1681 al 1730. Come ricorda il capomastro Pelosini, gli interventi piranesiani sulla dimora del Gran Maestro e sulla dipendenza furono soltanto marginali.
Si ritiene invece che l'architetto abbia riorganizzato i giardini, il cui assetto precedente è visibile nella pianta del Flada del 1756. Nei viali si trovano numerosi frammenti archeologici, busti di Agrippa, Diogene, Socrate, una statua di Venere, sarcofagi, la vera da pozzo con l'iscrizione che nomina un fra' Pietro dignitario dell'Ordine dei Templari, subentrati ai Cluniacensi verso la metà del XII secolo e costì rimasti fino agli inizi del Trecento. L'antico reperto, che conserva anche la data 1244, è addossato ad una nicchia dove due angeli reggono l'iscrizione Templarorum Ordinis Vestigium e lo stemma Chigi. Poco oltre è una fontana, eretta nel Settecento dal Cardinale Flavio Chigi. Un'epigrafe marmorea sul muro esterno delle antiche stalle, verso il giardino, reca memoria di restauri. Il Tomassetti ha correttamente indicato trattarsi di un reperto proveniente da Perugia, il cui contenuto non è pertanto riferibile alla dimora dell'Aventino.
Un piccolo edificio individuato come Caffehaus risale ai lavori commissionati dal Cardinale Benedetto Pamphilj, che soleva intrattenere nella villa il bel mondo intellettuale e aristocratico del suo tempo.
Poche palme secolari spiccano tra la vegetazione di alloro, lecci e cedri del Libano. La tradizione vuole che esse siano parte di quelle portate dall'Oriente e messe a dimora da Luigi I di Baviera.
SALA AL PRIMO PIANO DELLA VILLA MAGISTRALE
La prima menzione del dipinto di Andrea Sacchi per l'altare maggiore del Priorato è contenuta nel manoscritto del Bruzio, circa l'anno 1665. Il quadro fu poi ricordato dal Bellori senza specificarne il soggetto e dal Titi che riteneva vi fosse raffigurato S. Giovanni Gerosolimitano, poco prima della rimozione dall'altare conseguente all'intervento piranesiano.
E' un lapsus calami del Bruzio l'aver indicato come committente il Cardinal Sigismondo Chigi, che fu Gran Priore dal 1671 al 1678, mentre il Cardinal Antonio Barberini il giovane, protettore di Andrea Sacchi, ricoprì la carica dal 1632 alla morte, avvenuta nel 1671, allorché l'artista era già morto da un decennio. Negli archivi Barberini non c'è tuttavia evidenza, almeno allo stato attuale delle ricerche, della commissione del pittore per il Priorato.
Nonostante il restauro degli ultimi anni, il dipinto non è in buone condizioni, presentandosi il tessuto pittorico abraso, specie nella parte inferiore. Sono apparsi anche alcuni pentimenti intorno alla testa e alla spalla sinistra della Vergine e nella colomba.
Due disegni preparatori a Dusseldorf si riferiscono al panneggio della Vergine e un terzo alla gamba sinistra e al drappeggio di S. Basilio.
A. Sutherland Harris ha avanzato l'ipotesi che la commissione del dipinto abbia avuto luogo all'indomani dell'elezione del Cardinal Barberini a Gran Priore, nel 1632, originando i disegni preparatori, mentre l'esecuzione sia stata posticipata fino al ritorno del Sacchi dall'Italia settentrionale nel 1636.
LA CHIESA: LA FACCIATA

Nella facciata come nell'interno della chiesa l'intervento di Piranesi fu quasi esclusivamente decorativo, nel rispetto della struttura e delle partizioni originarie.
La documentazione iconografica anteriore alla metà del Settecento consente di definire l'esatta portata del contributo piranesiano. I due timpani, la scansione delle paraste, l'oculo, le proporzioni del portale appartengono all'edificio cinquecentesco e su di essi l'architetto ha eseguito un'operazione di arredo che ripropone l'ambiguità già palese nel piazzale. Elementi effimeri, accostati con la casualità del collezionista di piccolo antiquariato sono congelati nell'illusoria eternità di un materiale esso stesso di ambigua solidità come lo stucco.
C'è forse un inconscio richiamo a soluzioni decorative della tradizione cinquecentesca nelle candelabre che pendono ai lati del portale e la cui sede legittima sarebbe stata la specchiatura liscia delle paraste. All'Aventino queste diventano strigilate e rudentate e a ciascuna di esse si appoggia una targa contenente una spada con l'impugnatura e il fodero differenti dalle altre. Nella prima a destra appare l'aquila bicipite dei Rezzonico.
Un altro elemento araldico della famiglia, la torre, ritorna nei capitelli tra due sfingi affrontate che reggono prima del timpano un elaborato fregio a fasce multiple tratto da una decorazione etrusca a Chiusi e illustrata nel Parere nel 1765.
Due candelabre simmetriche sono cariche nei singoli elementi di significati sottintesi. Partendo dal basso, gli strumenti del muratore sono anche simboli massonici; la targa con l'iscrizione Fert (Fortitudo Eius Rodum Tenuit), a ricordo dell'impegno nella difesa di Rodi dei Cavalieri di Malta nei secoli XV e XVI, è anche la terza persona di fero ed è motto dell'Ordine dell'Annunziata dei Cavalieri di Savoia, assunto da Amedeo IV nel 1310 nella liberazione di Rodi assediata dai Turchi; seguono in verticale la fortuna; il monogramma PX - Pax Christi - sovrastato dalle imprese dell'Ordine in Oriente, le due mezzelune incatenate, dalla torre Rezzonico e dalla Croce di Malta.
Se questa insegna è un codice si può leggere che la salvezza dell'Ordine e del suo Gran Priore è costruita (attrezzi da muratore) sulla Pax Christi, la fortuna, nella accezione classica, e la fortitudo.
La funzione dell'edificio in quanto sacello funerario è dichiarata invece nella zona soprastante il portale dove l'oculo è interpretato come clipeo al centro di una serie di elementi che costituiscono un sarcofago.
I due serpenti che fungono da maniglie sono stati intesi sia come simbolo della funzione medica dell'Ordine che come evocazione dell'epiteto mons Serpentarius con cui si indicava l'Aventino nell'antichità, che come illusione alla cultura ermetica e massonica. Né va dimenticato soprattutto che il serpente è simbolo di morte e resurrezione.
La facciata si conclude ora nel timpano triangola re ornato di un fastigio militare per il quale è stata proposta la matrice nei trofei capitolini di Domiziano e, per le corazze, in modelli augustei ed ellenistici. Prima dei bombardamenti francesi che lo danneggiarono nel 1849 e dei conseguenti restauri disposti l'anno successivo dal Cardinal Simonetti, dei quali parla la lapide nella facciata interna della chiesa, il timpano era a sua volta sovrastato da un fastigio che costituiva un'addizione architettonica ex novo di Piranesi alle strutture cinquecentesche.
Forse l'innalzamento della facciata aveva lo scopo di slanciarne la sagoma nella visuale di sottinsù che se ne aveva dal Tevere. Di fatto ne risultava soprattutto una deliberata alterazione dei rapporti architettonici e la negazione di una spazialità cadenzata e conclusa in una successione di elementi collaudati a favore di uno schema instabile, perché proiettato verso l'alto ma senza una giustificazione strutturale, e frastagliato contro il cielo con lo stesso ruolo di paratia che svolge la recinzione del piazzale.
IL NOME DELLA CHIESA
La chiesa del Gran Magistero dell'Ordine di Malta all'Aventino è stata indicata nel corso dei secoli con varie denominazioni. Tra il secolo XI e XV gli elementi che la contraddistinsero nei documenti e nei Cataloghi Regionari furono la dedica a Maria e l'indicazione del sito: de Aventino, Aventinae, in Monte Aventino.
Dal catalogo di Pio V, datato 1566, che la indica come Santa Maria in Monte Aventino, del Priorato di Roma, quest'ultima dicitura si fece sempre più corrente, finendo con il prevalere e divenire la denominazione consuetudinaria. Tuttavia, un fascicolo conservato nell'Archivio di Stato di Roma, relativo a Roma, Chiese e Monasteri 1502-1867, contiene un incartamento intitolato a San Giovanni Battista (o San Basilio) all'Aventino, appartenente al Priorato dell'Ordine di Malta, con allegato un foglio informativo sullo stato della chiesa. Anche il Breve di Leone XIII, datato 6 aprile 1880 (Archivio Vaticano, Segreteria di Stato, Anno 1881), nel quale si legittima la cessione di beni immobili dell'Aventino dal Priorato al Gran Magistero fa menzione della chiesa con la denominazione ufficiale di San Basilio. Questa era evidentemente prevalente negli atti dell'Ottocento, e si riallacciava alla dedica a San Basilio della primitiva chiesa dei Cavalieri di Malta ai Pantani presso il Foro di Augusto. La venerazione del santo non venne mai meno, neppure con il trasferimento definitivo all'Aventino, come dimostrano il dipinto di Andrea Sacchi raffigurante la Vergine e San Basilio, eseguito nel secolo XVII, e lo stucco con la gloria di San Basilio, modellato da Tommaso Righi per l'altare settecentesco del Piranesi. E infatti, scrivendo alla fine del secolo scorso, M. Armellini indicava la chiesa come San Basilio, e ricordava pure il titolo di San Giovanni, senza peraltro fornire riferimenti documentari.
A seguito delle disposizioni del Breve, il complesso dell'Aventino assumeva nella documentazione ufficiale del Sovrano Militare Ordine di Malta la denomianazione corrente di chiesa e villa magistrale di Santa Maria in Aventino.
Nel rispetto storico delle varie denominazioni susseguitesi, per la redazione del testo di questo studio si è usata la dicitura Santa Maria in Aventino in corrispondenza dei fatti medioevali e del primo rinascimento, Santa Maria del Priorato dal 1566, data del catalogo di Pio V, fino al 1880, e nuovamente Santa Maria in Aventino da questa data, che segna la cessione dal Priorato al Gran Magistero.